sabato 4 maggio 2013

GIRLS: waiting for season #3


Pensavo a questo post da settimane ed ho sempre rimandato per prendermi il giusto tempo, farmi una bella maratona e parlarne avendone una splendida visione d'insieme. GIRLS


Protagonisti i nuovi disoccupati d'America, gli slackers dalle molte velleità artistiche e dai pochi spiccioli nelle tasche; ed è forse il piglio ultra contemporaneo della serie in sé che l'ha resa specchio fedele di una generazione audace che non ha paura di affrontare i propri disagi con onestà, fuori dagli schemi e dai tabù, anche e soprattutto sessuali.

Parola d'ordine “rivoluzione”: in un ambiente ancora troppo maschilista come il cinema, le donne, che pur nel panorama indipendente non mancano, riescono ad affermarsi realmente solo quando dimostrano di essere delle vere rivoluzionarie e Lena Dunham (insieme al suo personaggio) sembra proprio rientrare tra le giovani registe indie più giovani e coraggiose degli ultimi tempi. Determinata, ironica e sempre sul pezzo, si è imposta in un genere che si è letteralmente cucita addosso, sperimentando (vera parola chiave della sua carriera) tra cortometraggi, web series, film e serie tv.

La prima stagione di Girls inizia subito affrontando il problema globale di crisi economica da cui siamo afflitti: i genitori della protagonista, interpretata da Lena Dunham, smetteranno di mantenerla. Ventiquattrenne irriverente e cinica sognatrice, Hannah, precipita, dunque, in un inarrestabile sconforto: incredula e convinta di poter veramente essere la voce della sua generazione, comincia a fantasticare temendo di ritrovarsi a lavorare, pur avendo una laurea, dietro ad un assai poco creativo bancone di McDonald riducendosi teatralmente ed eroicamente a morire sola, come Flaubert, in una polverosa soffitta bohemién. Resiste solo grazie all'ingenua ironia con cui spesso si ritrova a dover spiegare battute taglienti fatte a sproposito, perlopiù fatte in presenza di persone sbagliate nonché nei momenti meno adatti come fosse un goffo fumetto di Woody Allen incompreso ed umiliato.

Cosa si prova ad essere amate così tanto?” chiede sognante all'apprensiva Marnie. Quest'ultima, stanca di un ragazzo troppo perfetto ed innamorato, si lamenta con Hannah che per contro ha un cruccio personale a proposito d'amore ben più doloroso e pratica, a tempo perso, sesso volgare con colui che, anche nella vita reale, sta letteralmente incantando il pubblico femminile d'America: il disinteressato e semi-nudo Adam (per approfondire vai all'articolo di Grazia.it che ha ispirato il post: Adam Driver: è davvero il più sexy della tv?).
Sfaccendato e sedicente attore senza maglietta, Adam rappresenta uno dei personaggi migliori: è l'innamorato della protagonista e sulle sue spalle graveranno tutte le più bieche colpe se mai dovesse veramente ferirla più di quanto già non faccia lei stessa continuando a cercarlo senza un riscontro realmente edificante.

Tematiche attuali vengono affrontate con intelligente leggerezza e senza una grave demagogia che altrimenti farebbe perdere all'intera serie l'aria sbarazzina ed al contempo amara che la contraddistingue.
Con veri occhi contemporanei si allude, infatti, ad argomenti caldi quali il quasi aborto dell'amica hippie e viaggiatrice Jessa, libertina amante di mondo offesa dagli stereotipi sulle donne raccontate dalla paraletteratura moderna, o la verginità di Shoshanna, insicura ventiduenne impaurita e curiosa che fin dal principio confessa alle amiche il suo intimo segreto non senza l'imbarazzo del pregiudizio.
Questo è solo l'inizio di una stagione assolutamente ben riuscita, tematicamente e tecnicamente completa, senza sbavature, in un crescendo registico culminante nelle ultime puntate, vero fiore all'occhiello, ancor più intense e romantiche.
Lo stesso, per contro, non si potrebbe affermare a proposito della seconda stagione: iniziata sottotono e con lo stravolgimento di una delle storie principali, riesce a resuscitare verso la metà nonché sul suo finire in un percorso quasi guidato dalla regista sessa in cui, dalla piattezza delle prime puntate investite da una stasi narrativa straniante, si giunge al finale spettacolare che da solo varrebbe l'intera stagione.
Un climax fantastico da cui lo spettatore, non essendo preparato, rimane piacevolmente spiazzato, riponendo fiducia e speranza in una terza stagione (attualmente in produzione) più che brillante ed all'altezza dell'estetica indipendente e mumblecore fino ad ora dimostrata con gran talento.