sabato 11 maggio 2013

Somewhere


Un film di Sofia Coppola con Stephen Dorff, Elle Fanning. USA, 2010.

E' nato come titolo provvisorio ma è diventato ben presto ufficiale grazie alla sua leggiadra carica evocativa, ispiratrice d'atmosfere vacue ed irrisolte, vere protagoniste del film.
E' del 2010 e la lacuna sul blog andava colmata.

Quarta opera di Sofia Coppola, Leone d'oro a Venezia 67°, è una delicata storia d'affetti: parafrasando la regista stessa, un poema sinfonico contemporaneo ed autobiografico.
Prodotto dal fratello Roman e dal padre Francis, quasi come fosse indipendente, il film è compreso nella breve ma fortunata carriera di un'artista ancora considerabile emergente, la quale abbandona in questo caso amore, suicidi o macarons, per raccontare la vuota vita di un attore in crisi esistenziale.

Lui è Johnny Marco (Stephen Dorff) che presso l'alloggio feticcio dei divi di Hollywood, lo Chateau Marmont Hotel, consuma giornate dedite ad alcol, feste e audaci ballerine , ed in preda alla noia nonché ad uno stile di vita dissoluto, rimette in discussione la sua vita trascorrendo pochi giorni con la figlia undicenne Cleo (Elle Fanning). Dolce e sensibile lolita sorridente, asseconda il mondo immaginario del padre nel quale, affannando, cerca di ritrovare un genitore troppo assente ed inetto per il quale non può, però, che provare amore e tenerezza.
Un percorso affettuoso e reciprocamente rivolto alla scoperta l'uno dell'altra, li vedrà uniti e complici nel costruire un personalissimo codice, quasi fraterno, di comunicazione giocosa che, come uno scherzo in musica, stupisce e addolcisce lo sguardo dello spettatore.

Un uomo come sempre complesso ed irrisolto quello descritto dalla regista nell'intera sua filmografia, addirittura assente per certi versi, basti pensare a Lost in Traslation, e se in quel film il personaggio interpretato da Scarlett Johansson poteva sembrare una proiezione adolescenziale della regista all'interno di una storia d'amore platonica poetica e struggente, in Somewhere, tramite Cleo, la Coppola ci racconta la se stessa bambina sofferente nei panni di un'eterea ed innocente fanciulla in cerca di una figura paterna da amare.
Si parla di Coppola padre dunque, protagonista assente del film nonché amabile responsabile della squisita e romantica tenuità delle atmosfere (sono sue le originali e vintage ottiche Zeiss anni ottanta utilizzate per donare alle immagini una grana meno HD e più sfumata nei colori del pastello).

L'italianità stridente e grottesca di una parte del film (con gli attori più trash di cui disponiamo eccetto Maurizio Nichetti) restituisce una altrettanto grottesca immagine del nostro paese, affetto da uno star system caciarone, finto e paillettato che ci renderebbe tristemente pittoreschi di fronte a qualsiasi occhio straniero.

Al tema dell'anti-eroe e della superficialità di un mondo patinato poco reale, si aggiungono quelli del viaggio, della mancanza di radici e delle relazioni, tutti elementi di un unico topos e luogo dell'anima prettamente Coppoliano, l'albergo: nido intimo di amanti o familiari alla ricerca delle proprie origini, ma allo stesso tempo inferno abitato dall'altro, dallo sconosciuto, da chi inevitabilmente potrebbe rompere la sfera privata del film e provocarne un repentino stravolgimento.
L'inizio straniante alla P.T. Anderson ci conduce subito all'interno di un film molto personale e raffinato, rifinito da una colonna sonora contemporanea degna di nota come per le precedenti opere.
Lo stile è minimale e la macchina da presa indugia sulle inquadrature, spesso insistentemente, rendendo il ritmo volutamente lento talvolta, adatto a stimolare la riflessione, l'osservazione approfondita del particolare, anche glamour, sempre presente nell'estetica della Coppola o dei paesaggi e delle strade desolate di Los Angeles.
Un ritorno alla semplicità produttiva dopo i fasti dell'opera in costume Marie Antoinette certamente più complessivamente elaborata.

Omaggio a Fellini quasi sul finale (e l'impostazione della scena ricorderebbe anche l'epilogo di Lost in Traslation) con il padre di Cleo che, sotto il rumore dell'elicottero, le chiede scusa mentre lei si allontana ed ormai distante non riesce a sentirlo. Inoltre, a fronte di una struttura filmica perfettamente circolare, un ulteriore omaggio al cinema, in questo caso francese, conclude realmente l'opera, con quella che rappresenta una delle scene truffauttiane per eccellenza, al profumo di liberazione, possibilmente in riva al mare, ma senza il fermo immagine.