lunedì 10 giugno 2013

Junebug

Un film di Phil Morrison con Amy Adams e Alessandro Nivola. USA, 2005.

E' passato dal Sundance e mi è ancora sconosciuto il motivo dell'ottimo successo che ha ottenuto tra i critici e sui maggiori siti cinematografici internazionali.

E' una dramedy scura e ansiosa, quasi spiazzante: racconta la storia di una giovane donna in carriera (interpretata dall'attrice Embeth Davidtz), proprietaria di una galleria d'arte a Chicago, in viaggio con il neo-marito (Alessandro Nivola) alla volta del North Carolina per conoscere un grande artista da esporre presso di lei.
Tappa necessaria, la casa di famiglia di lui, casualmente in zona e quindi da visitare. E' qui che la sparuta Madeleine viene inglobata in un vortice d'insana bizzarria che la porterà a non riconoscere più se stessa, ma soprattutto il suo fresco marito. Tra le grinfie di una famiglia poco accogliente, una cognata incinta, ingenuamente bambina ma sofferente, ed una suocera scostante e torva, il weekend trascorre e muore, cupo ed inospitale.

E' tra violenza psicologica, non detti e tristi scoperte che si snoda una trama un po' povera, abitata da personaggi deboli, rinchiusi in poco malleabili stereotipi che non riescono ad interagire al meglio tra di loro. Tre coppie, tre generazioni e tre amori silenziosi ed amari, ognuno con un piccolo neo da nascondere, immersi nello squallore di una famiglia disamorata, in cui non c'è più spazio per alcun sentimento gentile: un tema difficile quello della complessità dei rapporti umani, ma nonostante tutto, poco sviluppato.

Se tecnicamente è quasi impossibile trovare una volontà particolare dietro scelte registiche poco autoriali, in quanto a recitazione, spicca positivamente Amy Adams (già recensita in Sunshine Cleaning), sempre brava e capace di elevare il proprio personaggio oltre la mediocrità degli altri (in questo caso, primo tra tutti, il personaggio interpretato dall'abbastanza scarso Ryan di O.C., Benjamin McKenzie).

Un film poco raffinato, con evidenti errori, soprattutto di continuità, che non si lasciano perdonare (come succede spesso in altri film comunque deliziosi) dall'eccellenza di altre caratteristiche su cui concentrarsi.

Colonna sonora quasi inesistente fatta eccezione per un unico brano (ottimo) che apre e chiude il film, scritto dall'immenso Stevie Wonder: Harmour Love.